Dead Flowers

Il dramma degli incidenti stradali, che si concretizza in particolare ogni fine settimana, che colpisce migliaia di giovani, che ferisce nel profondo altrettante famiglie e che colora irrimediabilmente di sangue e di dolore le carreggiate d’Italia, sembra appartenere alla quotidianità dei nostri tempi ma in realtà è il sintomo di una conflittualità antropologica che mette di fronte l’uomo e la civiltà e che si sviluppa, il più delle volte, in quei paesi ove il livello di sensibilità della popolazione è a livelli molto bassi. La nostra nazione, non riuscendo a combattere concretamente il dramma delle morti della strada -con qualunque mezzo stia tentando di farlo-, dimostra in qualche modo un’arretratezza culturale congenita oltre ad una innata predisposizione dei suoi abitanti a disobbedire e a «vivere» il rischio come «standard» di quotidianità.
Gli incidenti del weekend, così come le vite spezzate tra le lamiere contorte delle auto, si concretizzano puntualmente, il giorno dopo, con un mazzo di fiori lungo la strada. Il segno evidente del dolore, della rabbia, del pianto e della disperazione di chi è rimasto e che cerca ancora, nel ricordo di chi se ne è andato, di lasciare un segnale terreno capace di mantenere un legame tangibile. La «pietas» degli uomini che sopravvive quando possibile: dove la strada lo concede, dove esistono piazzole ove poter sostare in preghiera, dove la memoria merita ancora di tramandarsi e lanciare un segnale che si rivolge al domani ma che affonda nel dramma consumatosi nel passato. L’Italia è a grande mortalità stradale. Alcune città lo sono di più, così come alcune province possiedono (a causa di una rete stradale inadeguata e di una fondamentale indisciplina degli automobilisti) i record negativi in questo struggente settore. La provincia di Cuneo, dove io abito, è una di queste. L’Amministrazione provinciale ha da tempo promosso iniziative per sensibilizzare questo settore, così come le Asl hanno raccolto, elaborato e poi diffuso sul territorio i dati statistici del fenomeno purtroppo in continua crescita. Non v’è strada che non conti i propri morti e che, nel corso di decenni, non metta insieme struggenti e lunghissimi elenchi capaci anche di formare numeri a tre cifre.
Il problema è sentito. Sul ciglio della carreggiata il ricordo di chi è rimasto è particolarmente diversificato. I fiori freschi collocati nei giorni successivi il sinistro mortale, i mazzi di fiori in plastica destinati a mantenersi tutto l’anno, cespugli e pianticelle messi a dimora stabilmente, lapidi con fotografie e non, piccoli mausolei in pietra o marmo. Non mancano gli oggetti che erano cari ai defunti. In occasione degli anniversari e delle cadenze annuali dedicate ai defunti, il richiamo dei fiori o degli oggetti viene costantemente rinnovato. Finché c’è un amico od un parente, lungo la strada, sul palo di un segnale, legato ad una rete o al guard-rail, o anche semplicemente in terra, il mazzo di fiori si rinnova di tanto in tanto.
Ho voluto cercare di raccontare questo dramma: percorrendo la provincia di Cuneo, sulle strade principali, comunali, ma anche secondarie, quelle che conducono alle frazioni od alle cascine di campagna, ho documentato una parte di questo dramma. Che non ha data e che nasce in pratica con l’arrivo delle prime quattro ruote. Le date che compaiono sulle lapidi testimoniano incidenti di oggi e morti di cinquant’anni or sono. Talvolta, con il trasferimento della strada, il ricordo di una vita spezzata finisce in mezzo ad un campo e sopravvive -magari senza più parenti- grazie alla sensibilità dell’agricoltore che nell’arare il terreno sceglie di evitare il triste testimone.
Ho immaginato tante storie drammatiche ed ho tentato di raccontarle. Non sono che una minima parte. L’intero progetto prevede la documentazione di non meno di quatrocento testimonianze di sinistri mortali. Disseminati sui mille e mille chilometri delle strade della provincia «Granda».