Holden Reborn

«I ritratti dobbiamo farli con la sedia Holden» mi diceva Giovanna Solimando mentre discutevamo degli impegni fotografici che avrei dovuto svolgere durante l'anno. «Con la sedia?». «Sì, con la sedia!».
Faccio il fotografo, a tempo pieno visionario, cercando talvolta il possibile nell'impossibile.
Il progetto che espongo: fotografare -o, meglio, ritrarre- chiunque partecipi alla realizzazione della Grande Scuola. In maniera attiva -i progettisti, i muratori, i decoratori, gli impiantisti ed altri- o passiva -le contabili, gli autori, gli amici e giù di lì-.
Viene approvato. Ci ritroviamo il primo giorno, Giovanna, Francesco ed io, in quello spazio dell’ex caserma Cavalli che era poco più di un decrepito miraggio; noi e la nostra sedia. Sì, la sedia.
La sedia, così tanto odiata dagli studenti per la sua scomodità, era arrivata direttamente da corso Dante su di un taxi; aveva viaggiato meglio di noi, inconsapevole di quanto le sarebbe successo col trascorrere del tempo.
Era linda, ben tenuta, senza troppi graffi, quotidianamente spruzzata di vetril o di un prodotto detergente. Fino a quel momento aveva sostenuto i culi -femminili e maschili- di insegnanti o di aspiranti letterati. Belli, brutti, piccoli, grandi, profumati o puzzolenti. Da quel momento, dopo il suo viaggio trionfale in taxi, era diventata l’ambasciatrice in terra straniera di quel che era la vecchia Holden di corso Dante. La prima sedia in assoluto ad essere informata su quel che sarebbe stata la nuova Holden di piazza Borgo Dora.
Il primo scatto veniva costruito sulle fondamenta, sui ruderi dell’ottocentesca fabbrica di armi. Un ex opificio militare. Non c'era un solo battuto di cemento, il parquet era un sogno e mancavano anche i vetri alle finestre: noi ci tenevamo stretta quella sedia come fosse l'unico punto saldo della nostra storia. Intorno a noi si scavava, si scrostava, si smontava, si abbatteva il vecchio: noi, insieme ai muratori -ma soprattutto cogli ospiti-, cercavamo di farci strada. «Spostati più a sinistra», «Non così, più in là», «La luce non funziona», «La sedia sistemiamola in fondo di tre quarti», «Prova a metterti seduto», «Un po’ più giù il mento», «Un po’ più su lo sguardo» dicevo a chiunque in quell’istante si trovasse di fronte alla fotocamera. Il mondo -l’ex opificio- sembrava crollarci addosso. Quasi un’inferno.
Iniziava la stagione brutta nelle terre selvagge: il freddo, la poca luce, la neve, il gelo, i falò che gli operai accendevano qua e là per scaldarsi in pausa caffè. La mia collaboratrice, un giorno quasi sveniva per il tanto freddo; il mio raffreddore si trascinava da ottobre sino all’arrivo del mite sole primaverile. Le batterie dei flash, a quella temperatura, si scaricavano alla velocità con cui si consumano i fiammiferi. Anche i cavalletti, inanimati ed insensibili, un giorno si bloccarono per il troppo gelo. L’ex caserma Cavalli sembrava proprio un luogo selvaggio, una «tierra del fuego» torinese, estremo limite del mondo. La sedia continuava a rimanere lì: tutti insieme cercavamo di custodirla e di nasconderla. Mantenerla intatta per le fotografie, che ormai erano diventate istituzionali.
I lavori procedevano. Il battuto di cemento? «Fatto!». Il tetto e sottotetto? «Fatto alla grande!». Non esisteva angolo della caserma in cui l’impresa non avesse messo mano procedendo nella ristrutturazione. La nostra sedia era diventata una testimone unica, talvolta pure ingombrante. L'uso per cui era stata creata era venuto meno e così sovente l’aggeggio da seduta serviva a sostenere scarponi con la suola rinforzata, a reggere qualche mattone o qualche scatola di piastrelle; in altri casi diventava l’appoggio per le latte di vernice. Quasi mai per sedersi. Era sufficiente una soffiata ed una strofinata; e la sedia tornava come nuova -o quasi-, pronta alla bisogna.
Finalmente, dopo mesi duri, il calore tornava a farsi sentire e i muri del vecchio caseggiato concedevano ai fasci di luce di filtrare e di mostrarsi con tutto il loro vigore. Una vita nuova. I lavori e le foto, nel tempo, non si erano mai fermati. Punto e a capo.
Come in primavera sbocciano i fiori, così in caserma il lavoro subisce un bell’incremento; ogni giorno qualcosa si modifica: mentre tornano al loro posto le finestre compaiono i primi campioni di colore alle pareti e i tecnici lucidano i pavimenti in marmo. La sedia -poverina- continua a vivere sulla propria pelle l'avanzare del cantiere. Ormai la macchie di vernice ocra non vanno più via dallo schienale, i residui di cemento a presa rapida ricoprono e mimetizzano la seduta. Negli ultimi tempi ho provato a convincere un paio di persone a sedersi sopra. Mi han guardato con quell'espressione trasparente e schietta che sta per «Ma anche no!» o «Siediti tu lì sopra!». Insomma: con l’avanzamento dei lavori, il simbolo della vecchia scuola subisce un processo inverso: mentre la ex «Cavalli» si trasforma in «Holden», la sedia diventa inutilizzabile, piena di macchie, coperta di vernice, cemento, polvere e fango, danneggiata e sfregiata qua e là.
Ormai da alcuni mesi non è più una sedia! Sembra alla fine del suo pellegrinaggio. Nel percorso evolutivo alla ricerca di un’identità interiore ha modificato in modo quasi totale il suo aspetto esterno. Ora è un’altra cosa. Non è più come le sue simili di corso Dante 118. Nessuno la vuol più utilizzare. Nessuno più si lamenta della sua scomodità. È diventata un'icona; ha raggiunto il nirvana delle sedie e si è trasformata nell'essenza di ciò che è stata per tanti anni.
La conclusione. Immagino l’«Origine del pensiero mistico della transustanziazione della sedia Holden».
Al centro del cortile c'era una sorta di mausoleo con lapide ai caduti, con tanto di ogive in cemento ormai sgretolato. In sostituzione bisognerebbe far fare una teca rialzata -mi dico-, con lampadine da 10 watt che illuminano giorno e notte quella sedia, anzi, quell'icona di cos'è la Holden. Un’edicoletta votiva, che rappresenti la sintesi del vecchio e l’espressione del nuovo nella sofferenza ben visibile del passaggio. Una storia nella storia. Una domanda per chi la vede, che presuppone una risposta proiettata nel futuro.
Non penso, però, succederà mai! Ad ottobre è stata inaugurata la nuova sede, lavori conclusi e ciclo fotografico completato. Tante volte mi son detto. Ora me la porto a casa. Così com’è, facendo attenzione a non togliere il manto di polvere e i pezzi di cemento. La sistemo da qualche parte, come metterei in bella vista un mattone del muro di Berlino, la tavolozza ch’è stata in uso al Caravaggio o l’indumento indossato da chissà quale santo in paradiso. Una reliquia, o giù di lì.


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